Perché REBELLIO

REBELLIO: il nome nasce dalla consultazione di un vecchio e nobile vocabolario italiano-latino alla ricerca di una parola giusta e universale per raccontare una storia: la voglia di riscossa, la non rassegnazione a ciò che sembra ineluttabile e già scritto. Nasce per esprimere l’impegno che origina un nuovo progetto nella nostra vita, che magari va contro ogni buon senso comune, contro ogni percorso esistenziale che segue schemi già previsti e predisposti. Sempre più ci abituiamo ad accettare che le cose accadano, che “gli altri” ci incasellino e decidano per noi se possiamo continuare un percorso o venir rigettati e assecondare uno schema secondo cui la nostra evoluzione professionale viene decisa solo in giovinezza, che la maturità non abbia più chance per rinnovarci o inventarci di nuovo. La logica che ci divora tutti è quella della distruzione della nostra capacità di creare, di gioire, di evolvere. Siamo tutti numeri fatti per comprare. Continuamente. Consumare. A più non posso. Le nostre abilità vengono sfruttate fino all’incredibile, siamo parte di un motore globale che deve produrre sempre più, a scapito della nostra stessa esistenza. I mercati sono diventati immensi, globali, al punto da dimenticare che al centro stiamo noi. Persone, non numeri.

Le borse rebellio vengono pensate, tagliate e cucite a mano – una a una – in piccole quantità, secondo i principi dello Slow Design.
Mi piacerebbe che il mondo produttivo cambiasse le sue regole, sviluppando sostenibilità, semplicità, e soprattutto producesse beni per le persone, non consumatori. Che i materiali utilizzati nella produzione vengano utilizzati, non sprecati.
Contro lo spreco si rivolge l’idea nel corso del “progetto pilota” di recuperare la pelle usata per confezionare giacche e abiti che vengono abbandonati nei magazzini invenduti o ripescati su qualche bancarella vintage, prima che rischi di finire al macero.

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